TY  -  JOUR
AU  -  Marocchi, Margherita
AU  -  Bernabucci, Veronica
AU  -  Villa, Erica
T1  -  Gender and liver
PY  -  2015
Y1  -  2015-10-01
DO  -  10.1723/2188.23638
JO  -  The Italian Journal of Gender-Specific Medicine
JA  -  Ital J Gender-Specific Med
VL  -  1
IS  -  2
SP  -  51
EP  -  57
PB  -  Il Pensiero Scientifico Editore
SN  -  2612-3487
Y2  -  2026/04/15
UR  -  http://dx.doi.org/10.1723/2188.23638
N2  -  Le malattie epatiche croniche presentano notevoli differenze di genere in termini di evoluzione e di complicanze: tradizionalmente la storia naturale delle epatopatie virali croniche è più favorevole nel sesso femminile che in quello maschile, con progressione più lenta verso la cirrosi, minor incidenza di complicanze, tra cui il carcinoma epatocellulare (HCC), e migliore risposta terapeutica. Tuttavia questo scenario si modifica radicalmente quando compare la menopausa, in quanto il fegato, pur non essendo classicamente un organo bersaglio per gli ormoni sessuali, è comunque sensibile all’effetto degli estrogeni, che sembrano svolgere un ruolo cruciale nella progressione della fibrogenesi. Nell’infezione virale B, i livelli sierici di HBV-DNA sono più elevati nell’uomo rispetto alla donna e si associano quindi a un aumentato rischio di sviluppo di carcinoma epatocellulare (HCC). Con la menopausa il rischio di sviluppo di HCC tende a diventare equivalente nei due sessi. La storia naturale dell’epatite cronica C è quella maggiormente studiata negli anni, con forti evidenze che dimostrano come la progressione della fibrosi negli uomini sia più severa e presenti un andamento lineare. Nelle donne invece è molto lenta in età fertile, ma accelera rapidamente dopo la menopausa. Parallelamente si assiste a un incremento della steatosi e dello status infiammatorio, due fattori che contribuiscono al processo di fibrogenesi. Inoltre, le donne in età fertile presentano un’elevata percentuale di risposta al trattamento antivirale se comparate agli uomini, che decade poco dopo l’insorgenza della menopausa. Chiaramente, una volta assodato il ruolo protettivo degli estrogeni sono stati condotti vari studi volti a valutare l’efficacia dell’associazione tra interferone peghilato (PEG-IFN) e ribavirina con terapie ormonali sostitutive o con farmaci modulatori degli estrogeni, ma con risultati non promettenti. Gli inibitori delle proteasi di prima generazione (boceprevir) hanno dimostrato un’efficacia maggiore nell’indurre una risposta virologica sostenuta in pazienti menopausali di genotipo 1 con precedente fallimento terapeutico. Dati preliminari con i nuovi regimi di trattamento IFN-free suggeriscono che la potenza di tali farmaci sia tale da superare anche la resistenza delle donne menopausali alle terapie tradizionali.
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